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Collegio Circoscrizionale dei MM∴VV∴ della Sicilia

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La Massoneria in Sicilia

 

La natura della Massoneria e delle sue istituzioni è umanitaria, filosofica e morale.
Essa lascia a ciascuno dei suoi membri la scelta e la responsabilità delle proprie opinioni religiose, ma nessuno può essere ammesso in Massoneria se prima non abbia dichiarato esplicitamente di credere nell'Essere Supremo. 

 

Esiste a tutt’oggi pochissimo materiale che riguardi la storia delle prime logge massoniche in Sicilia ed a Messina in particolare. Se è introvabile quello che si riferisce al secolo scorso, figurarsi poi quello che è relativo al secolo XVIII che è poi il secolo che della Massoneria stessa vide ufficialmente i natali. Eppure non è così. Come si suol dire, si cerca nei posti più impensati quello che è poi nel luogo più naturale e nel quale non abbiamo mai neppure lontanamente pensato di cercare. Così come è successo a noi che, quasi senza volerlo, ci siamo imbattuti in una discreta mole di materiale originale di notevole pregio. E se è successo a chi non si occupa per professione di ricerca storica, figuratevi quale potrebbe essere il risultato di una ricerca sistematica condotta da esperti qualificati. Ma veniamo al dunque. A seguito di una visita occasionale al Museo Regionale di Messina, si è entrati in possesso di una ricerca storica relativa ad un periodo di storia siciliana, ed in particolare messinese, che copre la seconda metà del millesettecento. In questo lavoro, pubblicato da Salvatore Leone, si fa riferimento ad un manoscritto in possesso della Biblioteca Regionale di Messina, codificato con la sigla FN 273 (Fondo Nuovo 273).

 

Tale manoscritto, di pugno di Andrea Gallo, figlio del più illustre storico Caio Domenico, contiene un elenco di parecchie decine di lettere indirizzate a numerose personalità del mondo della cultura di quel tempo. Lettere che sono allegate a tale manoscritto. Dal contesto che emerge dalla loro lettura si possono dedurre sia un certo numero di personaggi e fatti che costituirono le radici culturali del riformismo meridionale, sia l’individuazione di un preciso substrato politico-culturale che, contribuendo alla formazione di gruppi di opinione e di quadri dirigenti, rese possibile tale movimento riformista. In tali gruppi di opinione si possono identificare anche le prime logge massoniche dell’isola.

 

L’editto regio che costringeva al latomismo la Massoneria nel regno di Napoli e Sicilia, è del 2 Luglio 1751 ma già a partire dal 1762, c’era stata una forte ripresa di attività delle logge massoniche siciliane che, servendosi di giornali, di accademie e di gruppi di studio favoriva la circolazione delle idee ed il manifestarsi di un pensiero alternativo, riformistico e democratico. Tali idee furono le stesse che portarono al rifiuto di un passato in cui l’irrazionalità aveva dominato sulla ragione, rifiuto che, in campo religioso, portò ad un rinsaldarsi del fronte antigesuitico[1] con l’appoggio di ordini quali quello dei Benedettini e dei Francescani e, in campo culturale, al fiorire di circoli scientifici e letterari. E’ il caso di Antonio Lucchesi Palli, principe di Campofranco, che il 1 Dicembre 1760 fondava un’accademia di letteratura frequentata da “compagni della galante conversazione” della quale fece parte, tra gli altri, l’abate Giovanni Meli, uno dei più illustri massoni dell’epoca, che di tale Accademia si farà banditore dei principi, assumendo Leibniz come guida del suo viaggio a “lu celu”. Come non cogliere nella “galante conversazione” del Palli un riferimento alla tolleranza ed alla rispettosa accettazione delle altrui idee e nel “viaggio a lu celu” del Meli il perfezionamento interiore che è l’unico obiettivo del Massone per quanto concerne la sfera personale.

 

In questo fermentare di idee nuove ed innovatrici incontriamo ancora personaggi come Cento, Carì, Carmelo Controsceri, Mariano Scasso, monsignor Ventimiglia, Alessandro della Torre, Ignazio Lucchesi Palli conte di Villarosata, il barone Giovanni Gerbino, Ignazio Paternò Castello principe di Biscari, il nostro Andrea Gallo e tanti altri, presenti negli elenchi massonici della seconda metà del Settecento siciliano. 

 

Essi non possono essere considerati genericamente uomini politici o di cultura, ma piuttosto come costituenti in Sicilia una vera e propria area politico-culturale di ben precisa ispirazione massonica. 

 

Ma quali furono i temi di interesse di questi nostri antichi fratelli? Prima di tutto la natura come “naturans” cioè come essenza e principio primo dei propri modi ed attributi in senso quindi, squisitamente illuminista. L’antiquaria e l’archeologia non come semplice raccolta dell’antico ma come studio delle più antiche origini dei motivi più veri e profondi dell’Umanità. I problemi linguistici non come attinenti a segni convenzionali ma all’organo del pensiero ed alla espressione artistica. Lo studio delle scienze della Natura, dalla biologia alla anatomia, alla chimica, alla fisica, all’astronomia.

 

In questa cornice si inquadra la vita e l’opera del massone Andrea Gallo, di modesta origine sociale ma dotato di una non comune sensibilità per tutto ciò che al suo tempo c’era di nuovo e di moderno. Interessato alla botanica ed alla ricerca antiquaria mise sù una notevole collezione di reperti che divenne un vero e proprio museo anche piuttosto rinomato[2]. Riuscì a mettere insieme, con i suoi risparmi, una biblioteca di più di tremila volumi di opere scelte che purtroppo andarono distrutte o disperse nel terremoto messinese del 1783. Già nel 1755, avendo come tutti i massoni ella sua epoca una vera passione per le forze della natura, aveva introdotto in Sicilia una non meglio identificata macchina elettrica (probabilmente una macchina elettrostatica). Nel febbraio del 1755 fondò un’Accademia di giovani studiosi con il titolo di “Reparatori” nella quale, due volte la settimana nelle sere di mercoledì e di sabato “recitar doveasi un discorso su le varie materie di letteratura, ed in particolare di fisica, matematica, diritto e medicina, venendo obligato il discorrente a rispondere all’impronta alle difficultà che fatte le venivano dagli astanti. Indi si leggevano e si esaminavano tutte le novità letterarie che ciascuno si procurava dalle accademie forestiere, si replicavano l’esperienze che si accennavano e si comunicavano le riflessioni che ciascuno degl’accademici giornalmente faceva nella lettura de’ libri che aveva per le mani, di modo che lo studio di ogni singolo rendevasi fruttuoso a tutti”. In questo raggruppamento di “illuminati” possiamo identificare la sua prima Loggia anche se a questo termine non possiamo ancora dare il suo pieno significato.

Negli anni successivi il suo nome è finalmente nel piedilista della Loggia messinese La Riconciliazione collegata alla Gran Loggia Nazionale di Vienna. In questo periodo della sua vita egli perfeziona la sua idea di una soluzione laica e democratica di pensiero e di comportamento, cosa che lo rende un vero protagonista della vita cittadina di Messina ed un punto di riferimento, non solo culturale, per chiunque dei fratelli passasse per quella città. E’ il periodo in cui Wolfgang Amadeus Mozart aderiva alla Massoneria viennese ed anche il nostro Andrea maturava, sotto l’influenza della Gran Loggia Nazionale austriaca, l’idea illuministico-massonica che la musica ed il teatro dovessero essere considerate come forze rigeneratrici dell’uomo e della collettività, idea che veniva emergendo in tutta Europa in opposizione al semplice virtuosismo vocale che aveva caratterizzato fino ad allora le opere musicali, dando più risalto alle doti dei protagonisti che al contenuto culturale dell’opera in sè. E di questo scriveva, nel 1764, a Giuseppe De Jean a Napoli allineandosi alle convinzioni di altri fratelli massoni come il compositore tedesco Christoph Willibald Gluck ed il poeta e critico italiano Ranieri de Calzabigi, realizzatori, in quegli anni, di una vera e propria riforma del teatro in musica.

 

In un’altra lettera del 1764 al principe Giuseppe Alliata, depreca l’ignoranza dei ministri della religione che permettono usanze barbare come le autoflagellazioni in uso durante la settimana santa, anche se raccomanda di non esternare tali riflessioni “nè a monaci nè a preti superstiziosi” pena qualche denuncia al tribunale del Santo Uffizio per eresia. Definisce questi preti come “il fariseo dell’Evangelo che crede che il digiunare due volte la settimana basti a renderlo perfetto” e condanna l’ipocrisia così tanto diffusa nella società. Ed ancora su argomenti religiosi, nel 1764, in una lettera a Perfetto Maria Perfetti, discutendo della molteplicità delle umane credenze, dell’ateismo e di Dio, manifesta l’idea che esistono molte verità relative, tutte egualmente accettabili, ma che solo la mente suprema del Grande Architetto e Geometra dell’Universo conosce la verità assoluta. E giustifica l’esistenza delle molte verità relative con il fatto che l’Essere supremo non si rivela con la stessa evidenza a tutti gli uomini. Una volta ancora egli esprime il concetto della tolleranza massonica.

 

Scrivendo al Perfetti, il 31 agosto 1764, affronta il problema se il reo interrogato legittimamente debba in coscienza dir sempre la verità, anche a discapito della sua stessa vita. Andrea prende posizione in termini di perfetta ortodossia massonica, sostenendo non la menzogna ma il segreto, in quanto il tacere la verità non è lo stesso che dir la bugia. Questo suo particolare atteggiamento nei riguardi del segreto e, più in particolare, del vincolo del segreto massonico, trova larga diffusione nella seconda metà del XVIII secolo, specialmente nell’ambito dei rapporti tra morale e politica, caratteristici della nuova società borghese. 

 

Il suo interesse per la metafisica così come per l’alchimia e le scienze occulte è molto limitato. Egli non si dimostra mai particolarmente attratto per questo genere di massoneria, come è provato da un suo scritto dal titolo Delli fratelli della Croce Rosea di una copia del quale siamo venuti, fortunatamente, in possesso. A proposito di metafisica, dichiara, in una lettera a Leonardo Gambino del 21 giugno 1768, che quella pretesa scienza serve solo a disputare sopra certe questioni sottili che da tanto tempo si sono agitate e giammai si sono risolute. Ed afferma come sia preferibile attenersi al chiaro, al facile, all’intelligibile, al demostrabile e che la metafisica è solamente una stravaganza degli uomini dotti.Andrea Gallo, pur non essendo completamente insensibile al fascino dell’occultismo, che probabilmente stimolò la sua entrata in Massoneria, come molti intellettuali siciliani e messinesi appartiene infatti ad una corrente massonica razionalistica e politicamente avanzata che oggi potremmo definire di sinistra. Frequentissimi sono i suoi interventi a favore delle classi meno abbienti, come nel caso della lettera del 16 Novembre 1765 ad Andrea Pigonati sulle cause che hanno determinato la carestia del 1764. Particolarmente significativo è il seguente passo : I padroni dei fondi frumentari ed i negozianti dei fromenti credono che questo genere debbasi considerare per una mercanzia come tutte le altre, e che in conseguenza per quanto minore è il raccolto, tanto maggiore deve essere il prezzo con cui si debba comprare; e per quanto maggiore è il denaro che ogni proprietario ricava da tale vendita, tanto più ricco sarà divenuto il ceto de’ fondiarj e dei mercadanti: e quindi fondano per massima stabile che bisogna indurre sempre una carestia di fromento, o vera o apparente, al fine di sostenere il caro prezzo a questa derrata di prima necessità ... . E parlando del monopolio esercitato dai venditori di frumento a Palermo e delle tecniche illecite da questi usate per alzarne in modo esorbitante il prezzo, aggiunge: Il governo intanto, in luogo di abolire o di regolare con alcuna savia legge questa sorte di illeciti e mostruosi contratti, gli ha se non autorizzati, tollerati fin ora col specioso pretesto che i negozianti devono godere di una intiera libertà nelle loro speculazioni, sendo essi lo strumento principale che fa circolare nella repubblica il denaro, che in altro caso anderebbe ad ingurgitarsi nelle mani degli avari inoperosi … . Queste poche righe bastano ad evidenziare l’ottica riformatrice di Andrea Gallo che afferma dover prevalere nella gestione dei pubblici poteri esigenze di tipo etico-sociale e competenze tecniche tali da realizzare il fine ultimo di un governo e cioè il benessere del popolo. Il 22 Dicembre 1767, scrive ad Antonio Genovesi comunicandogli la sua esultanza per l’espulsione dei Gesuiti avvenuta appena 14 giorni prima, proponendo soluzioni per l’utilizzo delle strutture abbandonate dall’Ordine in tutta l’isola ed affermando la necessità di una sana e lungimirante politica culturale dello Stato volta unicamente all’educazione dei cittadini. Dovrebono le cattedre essere una delle cure principali del governo, e le materie che si dommatizzano e s’insegnano prescritte da persone illuminate, che conoscessero i bisogni dello Stato e le qualità delle massime che necessitano ai cittadini per formare la felicità pubblica.

 

Queste sono solo alcune delle moltissime lettere presenti nella raccolta della Biblioteca Regionale. Non abbiamo la pretesa di avere toccato tutti i molteplici campi di interesse del massone Andrea Gallo, nè tanto meno abbiamo parlato esaurientemente della Massoneria siciliana e del clima illuministico in cui essa prosperò alla fine del secolo XVIII. Abbiamo cercato invece di presentarVi qualche stralcio della vita culturale di un messinese che abbiamo implicitamente identificato come illuministica, i massoni siciliani dimostravano di avere recepito i problemi del loro tempo, problemi che andavano ffrontando nell’ambito di un discorso politico-culturale preciso e che ben si inquadrava nell’ambito delle nuove idee libertarie e riformatrici culminate nella rivoluzione americana del 1776 ed in quella francese del 1789. Potremmo anche dire che, il “socialismo” dei liberi pensatori e liberi muratori siciliani, da identificarsi con i tre principi di Libertà, Uguaglianza e Fraternità, precorra alcuni dei principi rivoluzionari che scossero Europa ed America settentrionale nel ventennio successivo. E questo, per la Sicilia e per Messina, se si usa come termine di paragone la nostra storia più recente, rappresenta veramente qualcosa di notevole e quasi di incredibile. Dove sono, oggi, quei siciliani? O dovremmo forse dire meglio : dove sono, oggi, quei massoni? 

 

Ma torniamo ad Andrea Gallo. Il suo messaggio culturale coincideva con i motivi più veri dell’insegnamento massonico del Settecento : Un sincero amore verso i suoi simili e la somma affabilità e cordialità verso gli amici, la vocazione ed il gusto della comunicazione agli altri fratelli del proprio sapere, la curiosità come spinta verso qualunque ricerca, un profondo senso della giustizia sociale e dell’uguaglianza tra gli uomini, una grande disponibilità intellettuale sempre pronta a combattere contro l’irrazionalità e la prevenzione. Forse non ce ne siamo accorti, ma abbiamo recitato le finalità della Massoneria, colonne allora, così come ora e per sempre, del nostro modo massonico di essere uomini.

 

[1] Il giorno 8 del mese di Dicembre dell’anno 1767 arrivò, alla Reale Azienda di Messina, un dispaccio riservato nel quale era contenuto l’ordine, poi trasmesso al ministro togato della Regia Udienza di Sua Maestà Don Francesco Gemelli Mondio, di procedere all’espulsione dell’Ordine dei Gesuiti presenti nelle loro case e nei loro collegi di Messina. Il Ministro, insieme ai giudici della Regia Udienza Don Pietro Mondio Cardia, Don Silvio Velardi e Don Francesco Chinigò, circondate le residenze dell’Ordine, trassero in arresto i religiosi che furono instradati fuori dal Regno. L’estremo impegno e l’accurato zelo dimostrati sia da Don Pietro Mondio Cardia che da Don Silvio Verardi e da Don Francesco Chinigò in quell’occasione, trovano fondamento nel fatto che tutti e tre erano collegati a Logge Massoniche messinesi e condividevano quindi, più di molti altri, la necessità di procedere all’espulsione dell’Ordine dal Regno dopo due secoli di incontrastata potenza. Caio Domenico Gallo in “Annali della Città di Messina” – Vol. V pag. 98 e segg.G.Mondio in “La Famiglia Mondio” – La Sicilia Editore – 1907 – pag. 36 e segg.. (Biblioteca Regionale di Messina).

 

[2] Alcune tra le famiglie siciliane più in vista all’epoca, quelle che condividevano le nuove idee di ispirazione illuministico-massonica, si proponevano anche quali mecenati, sponsorizzando opere di antiquaria oppure, essendone i destinatari, comparivano nelle dediche degli autori. E’ il caso dell’opera dell’Aglioti, dedicata alle monete di Sicilia, della quale copia manoscritta esiste presso la Biblioteca Regionale di Messina. Il tomo primo, che tratta delle monete di Palermo, Messina e Catania è dedicato a Luigi Bertocci, Mario Cajetano Aglioti (figlio dell’autore) ed a Don Pietro Mondio, giudice della Regia Udienza e delle Pubbliche Appellazioni. Gli altri tomi sono dedicati a Don Diego Picciolo ed a Don Placido Campolo.M.A. Mastelloni in “I Borbone in Sicilia 1734 – 1860” – Maimone Editore Catania – pag 166. (Catalogo della Mostra). 

 

Storia della Massoneria in Sicilia dal 1800 al 1850.

 

Scrivere sulla Massoneria in Sicilia nella prima metà del secolo XIX è un'impresa ardua.

La realtà di questo periodo era raccolta in un unico gomitolo dove si trovavano le società, i comitati, le sette e le organizzazioni che fiorino nell'Isola in quel periodo e fare, quindi, il dovuto distinguo non è facile cosa.

 

La confusione e le difficoltà aumentano quando ci si rende conto che la Polizia e gli Organi inquirenti borbonici di quel tempo non facevano sottili distinzioni tra il termine di Loggia Massonica e quello di Vendita Carbonara, considerando i Massoni come un tutt'uno con i Carbonari. Va detto però, ad onore di verità, che moltissimi Massoni erano al contempo dei Carbonari e ciò creava molta confusione in chi non era a conoscenza dei due fenomeni. 

 

Eppure per la Fratellanza il secolo non si era certo aperto male, infatti nel Regno di Napoli grazie all'occupazione avvenuta nel 1806 da parte delle truppe napoleoniche, la Libera Muratoria aveva ripreso a diffondersi e a proliferare, prima sotto la Gran Maestranza del Re Giuseppe Bonaparte e poi, nel 1808, sotto quella di Gioacchino Murat. 

 

In Sicilia, invece, con l'arrivo a Palermo il 26 Gennaio 1806 del Re Ferdinando e della Regina Carolina in fuga da Napoli, si accentuarono le persecuzioni contro i diffusori delle idee liberali e contro gli aderenti alle sette carbonare, che iniziavano a fiorire anche in Sicilia e che avevano come fine l'indipendenza della Sicilia da Napoli. 

 

La mentalità assolutista di Ferdinando III ed un certo atteggiamento irriguardoso verso le tradizioni del popolo siciliano, dimostrato con la promulgazione di alcune leggi anticostituzionali, portò, nel 1812, ai moti di protesta contro il Re e questo fu costretto ad approvare, il 18 Giugno 1812, la famosa Costituzione Siciliana preparata ed approvata dal Parlamento siciliano.

 

Da un attento esame degli sviluppi politico sociali di questi avvenimenti e dei connotati che questa azione ha presentato, non si può escludere che i diversi siciliani, che si erano fatti iniziare nelle Logge di Napoli, che erano all'obbedienza di quel Grande Oriente, di recente costituzione, che professava sia il Rito Scozzese Antico e Acettato sia il Rito francese, avessero avuto parte attiva sia nell'organizzazione della sommossa che nella stesura della Costituzione Siciliana.
Il tramonto della stella di Napoleone trascinò nel buio anche i suoi alleati, tra questi G. Murat, re di Napoli, che nel 1815 vide il suo regno occupato dagli Austriaci e il 20 Maggio dello stesso anno perse definitivamente il trono. 
Ferdinando III ritornò ad essere quello che era sempre stato: un tiranno. Per porre fine ad ogni presunto privilegio dei Siciliani, egli fuse, nel Dicembre 1816, i Regni di Napoli e Sicilia, detti al di qua e al di là dello Stretto, in un unico "Regno delle Due Sicilie", assumendo il titolo di Ferdinando I.

 

Vennero abolite la Bandiera, l'Esercito e la Costituzione Siciliana, di colpo, con un tratto di penna, fu cancellato un Regno con quasi settecento anni di storia. Per evitare qualsiasi fermento o protesta nazionalista vennero inaspriti i rigori i rigori contro i Liberi Muratori, a suo giudizio rivoluzionari e causa di tutti i suoi guai politici, e in Sicilia in particolare venne concessa addirittura la facoltà a chiunque di uccidere i Massoni per le strade.
Ma, come spesso è capitato, si possono fermare gli uomini, si possono chiudere le bocche, ma le idee, se giuste e buone, una volta nate non si possono fermare. Sappiamo per certo che nel 1818 fu installata in Palermo la Loggia denominata "L'Architettura Fiorita" ad opra di don Raffaele Fenile, tenente dell'Armata, e don Raffaele Brugnone, sergente maggiore del Reggimento Reale Palermo.
Altre due Logge, una diretta dallo scultore Valerio Villareale e l'altra da don Alonzo Monroy, principe di Pandolfina, vennero costituite tra il 1818 e il 1820.
Una quarta Loggia venne fondata dal maestro di musica don Pietro Generali

 

Siracusa nel 1820 c'erano due Logge di Massoni: una si riuniva sotto la Maestranza di Vincenzo Oddo. Di questa Loggia facevano parte personaggi primo piano ed di grande reputazione come Ferdinando Lopez Fonseca, Procuratore Generale del Re, Raffaele Menichini, verificatore del Registro, i fratelli Campini ed altri notabili della città.
L'altra si chiamava "Damone e Pizia", aveva come Maestro Venerabile il barone Melocchi e fra i suoi Membri vi erano molti giudici della Gran Corte Civile e Criminale.

 

Dopo la rivolta di Palermo del 15 Luglio 1820, rivolta propagatasi poi in tutta la Sicilia, che aveva per obiettivo la richiesta del ripristino dell'indipendenza siciliana, fu mandato in Sicilia il Generale Florestano Pepe e a Siracusa, in qualità di comandante del territorio della Val di Noto, fu assegnato il Tenente Generale Vito Nunziante, notoriamente simpatizzante per le idee liberali.
Egli, assieme a suo figlio, venne ricevuto, nel Settembre del 1820, nella Loggia "Damone e Pizia" con il grado di Maestro. Entrambi vennero dispensati dalle formalità del cerimoniale, perché il Nunziante era anche un dignitario della Carboneria. Questa Loggia intratteneva stretti rapporti con le Vendite Carbonare, i cui capi erano Massoni, di essa non a caso faceva parte anche il celebre carbonaro abate Luigi Minichini, che aveva capeggiato la rivolta di Nola.

 

Nei primi di Febbraio del 1821 il Nunziante si trasferì a Palermo con il grado di comandante delle Armi di Sicilia e, dopo la sconfitta dell'insorto generale Guglielmo Pepe, avvenuta il 7 Marzo 1821 a Rieti, abbandonò le tendenze liberali e carbonare per diventare un lealista borbonico.

 

Con decreto Regio del 6 Giugno 1821 il governo creò le Giunte di scrutinio per indagare sulla condotta politica degli ecclesiastici, dei militari e degli impiegati e sulla loro appartenenza alle sette sovversive come la Massoneria e la Carboneria. 
Dalla Giunta di scrutinio per gli ecclesiastici venivano indicati come Massoni il prevosto Carmelo Spadaro e il canonico Giorgio Monisteri da Scicli. Le altre Giunte di scrutinio indicarono solo impiegati e militari appartenenti alla Carboneria, nessuno ai Liberi Muratori.

 

Nel mese di Agosto dello stesso anno a Palermo, grazie ad una dilazione, venne sventato un complotto ordito dai deputati delle trenta Vendite Carbonare della città. Dei congiurati nove furono fucilati, altri vennero arrestati, altri ancora riuscirono a fuggire.
Una di queste Vendite era chiamata "dei Liberi Muratori". Ad essa apparteneva Giuseppe Candia di Torre del Greco, che fu uno dei nove giustiziati. E' logico ritenere che questa vendita in realtà sia stata una Loggia Massonica, ma, come detto precedentemente, ma non ne abbiamo certezza, infatti, come abbiamo già detto, nemmeno la polizia in quel tempo faceva sottili distinzioni tra il termine di Loggia e quello di vendita, così nei rapporti che venivano presentati ai giudici inquirenti i Massoni erano considerati come un tutt'uno con i Carbonari.
Inoltre, nonostante lo svolgersi di un processo in merito a questi fatti, non abbiamo ulteriori e più dettagliate notizie su questa “Vendita” di Liberi Muratori.

 

Intanto Pio VII, il 3 Settembre 1821, emanava la Bolla "Ecclesiam a Jesu Christo" con la quale, condannando la Carboneria, riconfermava le Costituzioni apostoliche contro la Massoneria.
Il 4. Gennaio 1825 muore Ferdinando I. Gli successe il figlio Francesco I, che continua anche più violentemente le persecuzioni contro la Fratellanza. In questo stesso anno viene promulgata l'Enciclica "Quo graviora mala" (12.03.1825) che confermerà le precedenti condanne contro le conventicole segrete. Ma, anche se sembra strano, dobbiamo senza enfasi pensare che la Massoneria in Sicilia era proprio
radicata. Infatti nonostante le Bolle Papali, i Decreti del Re, le persecuzioni poliziesche e la libera caccia al Fratelli, il 15 Settembre 1826 il Luogotenente per la Sicilia, marchese Ugo delle Favare era costretto a mandare una lettera riservatissima al Presidente interinale del Consiglio dei Ministri, nella quale prospettava la necessità di esiliare per “intrighi e macchinazioni diretti alla diffusione delle sette” tre esponenti delle Logge di Palermo: Don Domenico Volpes, Don Luigi Leonardi (che facevano parte della Loggia "L’Architettura Fiorita”∫ Don Pietro Generali (il cui vero nome era Mercandetti).

 

Dalle risultanze in nostro possesso possiamo quindi affermare che nel 1826 in Sicilia in generale, e a Palermo e Siracusa in particolare, non solo esistevano delle Logge Massoniche, ma erano anche attive e funzionanti al punto tale da destare preoccupazione nel Luogotenente Generale di Sicilia.
Addirittura Don Domenico Volpes era Maestro Venerabile della Loggia “L’Architettura Fiorita"e Gran Maestro della Vendita carbonara detta del “Silenzio".
La lettera ebbe effetto e in quello stesso un Decreto del Re condannava all'esilio tutti gli appartenenti alle "sette Massoniche e Carbonare", con la confisca dei beni in alcuni casi, con la perdita di tutti i diritti e di tutti i titoli in altri.

 

Dal 1827, grazie alle solite dilazioni e con l'applicazione delle legge dei sospetti, il gruppo dirigente dei patrioti e dei massoni, subì la condanna e l'esilio. La rappresaglia e la persecuzione sortirono un grande effetto, infatti per circa un ventennio non si hanno altre notizie sulla Libera Massoneria siciliana, è anche l'archivio di Stato di Palermo ne è privo. Non si esclude tuttavia che Logge “selvagge” esplicassero saltuariamente attività massonica. Di certo abbiamo notizie che il patriota ed insigne medico Gaetano La Loggia, futuro Gran Maestro nel 1875 del Supremo Consiglio - Grande Oriente d’Italia sedente in Palermo e poi Senatore del Regno d’Italia, fu iniziato nel 1830 nella Massoneria e nella Carboneria, come si usava in quel tempo.

 

Alla morte di Francesco I, nel 1830, successe al trono Ferdinando II che continuò a rafforzare il sistema poliziesco che tiranneggiava in Sicilia, dove era sempre viva l’irriducibile agitazione autonomistica. 

 

A Palermo, l’8 Gennaio 1848, il Massone Francesco Bagnasco lanciò una sfida a giorno fisso, annunziando in un proclama che il 12 Gennaio, compleanno del re, all’alba sarebbe scoppiata la rivoluzione. La sfida fu mantenuta. Il 12 Gennaio 1848 Palermo insorse scacciando dall’Isola le truppe borboniche, proclamando l’indipendenza e nominando Capo del Governo Provvisorio l’Ammiraglio Ruggero Settimo, Principe di Fitalia, antico massone.

Nel 1848 a Palermo sorse una Loggia, chiamata “I Rigeneratori". In questa Loggia venne iniziato l’11 Settembre 1848 il famoso abate benedettino Domenico Angherà, che il 10 Agosto 1861 ricostituirà quella Loggia “Sebenia", a cui con molta probabilità appartenne Francesco Crispi. 

 

Ci piace rilevare che moltissimi elementi del Comitato Provvisorio e del Parlamento Siciliano erano Liberi Muratori, che tanta parte avranno nelle vicende dell’unita d’Italia, e che dimostrano che la Muratoria Siciliana si era piegata ma non spezzata. Ma i tempi ancora non erano né socialmente, né politicamente maturi, così nell'Aprile 1849 le truppe di Ferdinando II rioccuparono la Sicilia. Il buio era tornato.
Le Logge furono chiuse, patrioti e i Massoni ripresero la strada dell'esilio e della sofferenza, ma il loro fuoco continuerà a covare sotto la cenere e, mai rassegnati, ritorneranno tra un decennio per chiudere definitivamente i conti con la bieca e oscurantistica tirannia borbonica. La Massoneria Siciliana nel periodo dal 1800 al 1850 non fu molto organizzata. Le poche Logge clandestine svolsero attività a fini patriottici, che se pur lodevoli, non sempre furono consone alle massime iniziatiche che sono alla base dell’Arte.
Da questo momento in poi la Massoneria Siciliana avrà un ulteriore aspetto che sarà differente sia da quello "illuminista" della seconda metà del Settecento e sia da quello "giacobino e carbonaro" della prima metà dell’800. Sarà una Massoneria "risorgimentale" costellata dalla presenzi di eccellenti notabili e di grandi figure politiche, ma questa è un’altra storia.

 

Questa ricerca è voluta essere solo una succinta nota informativa sulla massoneria siciliana a cavallo dei secoli XVIII e XIX, e, non volendo, con una punta di soddisfazione, siamo riusciti a dimostrare, contro la comune convinzione, che la Massoneria non approdò in Sicilia con i mille di Garibaldi e che l'Eroe dei due Mondi non ne fu il primo Gran Maestro. Anzi il Generale non solo la trovò ben salda e da tempo costituita, ma addirittura, se le nostre informazioni non vanno errate, proprio da Massoni Siciliani nella Sede di Palazzo Federico in via dei Biscottari ricevette il 33° Grado.
Per chi poi volesse allargare i propri orizzonti sulle notizie qui appena tracciate, troverà materiale approfondito e dettagliato consultando le opere di pregevoli scrittori, che della materia si sono occupati in modo circostanziato e dalle cui opere sono tratte molte delle notizie da noi in questo lavoro presentate.

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